Gli scienziati hanno preso atto del fondamentale influsso della vita sul pianeta
Con la pubblicazione del suo libro: «Il formarsi della Terra. Come il nostro pianeta ha preso vita», Ferris Jabr ha evidenziato che i processi planetari che consideriamo inanimati, come ad esempio i cicli dei nutrienti, e le formazioni geologiche, sono intrisi e alimentati di vita.
La vita crea l’ossigeno, e anche lo strato di ozono che ci protegge dai raggi solari. È stata la vita a far in modo che vaste zone rocciose si siano trasformate in fertili terreni, a modellare le grotte, e dare l’avvio alla formazione di minerali nuovi.
Jabr porta l’esempio della foresta amazzonica in cui si constata che circa il 50% delle precipitazioni siano causate da microbi, funghi, piante e animali, che contribuiscono a rendere la zona un giardino auto-alimentato.
Soltanto di recente gli scienziati hanno ammesso il ruolo attivo della vita circa la formazione del pianeta, mentre fino a qualche decennio fa si pensava che fosse stata la Terra ad aver modellato la vita.
Nel 1965, James Lovelock, chimico presso il Jet Propulsion Laboratory, in California, che lavorava ai metodi per rilevare la vita su Marte, avanzò l’ipotesi di una Terra che abbia capacità autoregolante controllata attraverso l’influsso degli organismi viventi.
La sua teoria venne duramente contrastata e criticata dalla comunità scientifica. Jabr sostiene invece che : «un’enorme quantità di prove ha dimostrato che alcuni dei principi fondamentali di ciò che Lovelock stava dicendo sono effettivamente veri».
Ferris Jabr aggiunge che gli esseri umani «in un batter d’occhio geologico, hanno perturbato enormemente quei ritmi. Penso che questo ci chiarisca esattamente quale sia la nostra responsabilità, rispetto a tutte le altre forme di vita. C’è qualcosa di potente in questo quadro. Abbiamo sia questo privilegio che questa responsabilità, non solo verso gli altri e verso le altre forme di vita, ma verso il sistema vivente più ampio di cui facciamo parte».
Dell’argomento parla Allison Parshall in un aricolo su ScientificAmerican.com.
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