kimberlite
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Del diamante si è detto e scritto un po’ di tutto, vuoi per la sua preziosità che per la suggestione che suscita. È chiamato “l’indomabile”, aggettivo a cui deve il suo nome, dalla traduzione del greco “adamantos”, e viene considerato “il miglior amico delle donne”, ma ha anche peculiari utilizzi industriali in virtù di caratteristiche fisiche eccezionali.

Ma come nasce il diamante?

Diamanti grezzi appena estratti in Antartide
Diamanti grezzi appena estratti in Antartide

Una gemma così rara e bella non può che avere una genesi altrettanto particolare, a cui si accompagnano leggende romantiche. Oggi, però, ci occuperemo esclusivamente degli aspetti naturalistici della sua nascita, in un viaggio virtuale che ci accompagnerà per migliaia di anni di storia.

Ogni diamante che possiamo osservare, dalla punta dell’umile strumento taglia-vetri fino al prezioso anello in cui esso è incastonato e posto al dito di una bella signora, vanta un’età di almeno qualche migliaio di anni.

La sua “indistruttibilità”, quasi totale, fa in modo che esso non invecchi mai, e questa è la caratteristica che maggiormente si avvicina all’eternità tra quante l’uomo possa avere a disposizione in natura.

Il nostro viaggio inizia, quindi nella notte dei tempi, nel buio profondo delle viscere della Terra, ad una profondità variabile tra i 150 e i 300 km, in un momento preciso in cui temperatura e pressione, unite ad una peculiare condizione geologica scatenano una cristallizzazione di carbonio.

grafite: un diamante "mancato"
grafite: un diamante “mancato”

Questo elemento è uno dei più noti in natura, ma a seconda delle condizioni di cristallizzazione o di fusione, genera risultati molto diversi tra loro. Ricordiamo che è carbonio anche la grafite, le cui molecole sono disordinate e dotate di una coesione minima, ma è affascinante pensare che l’umilissima anima delle nostre matite, quella che continuamente gettiamo via all’interno dei temperini, sia la parente più stretta del materiale considerato il più prezioso in assoluto.

Dunque, per “nascere diamante” il carbonio ha bisogno di condizioni molto particolari, non arrivo a dire fortunose, ma sicuramente precise. La pressione deve avere una forza pari ad un massimo di 50.000 atmosfere, che equivalgono alla teorica condizione che si vivrebbe se fosse possibile immergersi ad una profondità marina di 500 km! La temperatura deve essere “dosata” tra i 900° e un massimo di 1.200° C, oltre i quali il diamante (durezza 10 della scala Mohs, il massimo in natura) diverrebbe grafite (durezza 1-2, tra i più teneri in assoluto). E ovviamente il tutto deve avvenire in un luogo ricco di carbonio allo stato puro.

Bene, ora immaginiamo queste condizioni quasi infernali e improvvisamente, senza fumo magico o incantesimi, vedere apparire bellissimo un cristallo incolore e luminoso. Ma come fa questa splendida gemma a risalire quasi 300 km per arrivare in superficie?

Schema di un camino vulcanico
Schema di un camino vulcanico

A questo punto entrano in gioco i dicchi e i camini vulcanici, ma soprattutto un materiale specifico che li riempie: la Kimberlite. Questa roccia di tipo peridotico è ingiustamente poco conosciuta dal grande pubblico, ma è in realtà la vera madre del diamante.

Attraverso una storia di almeno 15 secoli, il diamante si amalgama con la kimberlite e con essa aspetta movimenti tellurici, eruzioni, spostamenti di placche tettoniche, tutto ciò che possa servire per risalire lentamente o improvvisamente a seconda del mezzo, tutta la lunga distanza che lo separa dalla superficie terrestre.

Spesso e volentieri la kimberlite viene accompagnata da reazioni geologiche particolari che “colorano” i materiali che la circondano. I geologi più esperti sono molto attenti ad individuare il “yellow ground” una particolare terra colorata in un giallino specifico, scavando la quale si può arrivare al “blue-ground” indizio inequivocabile della presenza di kimberlite.

Diamante inserito in kimberlite
Diamante inserito in kimberlite

Trovata la kimberlite, il cercatore di diamanti sa di aver individuato il mezzo di trasporto di questa gemma, e inizia ad estrarre nella speranza, quasi sempre premiata, di individuare un giacimento.

L’origine della kimberlite, neanche a dirlo, è ancora oggetto di discussione scientifica, e questo avvolge ancor di più di mistero la storia del diamante. Tra gli scienziati che se ne occupano c’è chi sostiene che alcuni ritrovamenti di rocce in parte serpentinizzate, ovvero con modificazioni polimorfe del composto Mg3(Si2O5)(OH)4, facciano pensare al tufo. Questo spiegherebbe l’origine enallogena (che significa cristallizzato in altro luogo rispetto al ritrovamento) dei campioni di diamante. Altri, soprattutto gli americani, ritengono che la kimberlite sia invece derivata da un basalto alcalino alterato.

Alla kimbertlite si dedicano assiduamente i ricercatori specializzati in Gemmologia e una grande attenzione le è rivolta anche dal Gemological Institute of America (G.I.A.), la massima autorità mondiale in campo di ricerca, studi e certificazione delle pietre preziose.

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Di aletave

Dottore in Scienze Naturali, copywriter e blogger.

2 pensiero su “Kimberlite, la madre del diamante”

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