Perché quando siamo impegnati il tempo scorre in fretta?
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Vediamo ora perché quando siamo impegnati siamo convinti che il tempo passi più velocemente. Anche in questo caso ci avvaliamo dell’ausilio di un’indagine apparsa su Focus.

Possiamo constatare continuamente che se compiamo azioni coinvolgenti o impegnative, crediamo che il tempo scorra più in fretta rispetto a quando siamo impegnati in situazioni noiose. La scienza ci avverte però che non è solo una questione di noia.

Il motivo “vero” risiederebbe in un fenomeno chiamato temporal binding (associazione temporale).

Questa famosa opera di Salvator Dalì ci ricorda il dilatarsi e contrarsi del tempo.
Questa famosa opera di Salvator Dalì ci ricorda il dilatarsi e contrarsi del tempo.

A questo riguardo è interessante leggere un articolo apparso sul giornale scientifico The Conversation, il quale riporta uno studio condotto da un pool di neuropsicologi dell’University College London capitanato da Patrick Haggard.

L’esperimento ha coinvolto alcuni volontari che dovevano premere un pulsante per attivare un suono alcuni istanti più tardi. Il risultato è stato che il suono veniva percepito in anticipo quando il pulsante veniva premuto volontariamente dai soggetti, rispetto a quando veniva ad esempio attivato da impulsi involontari.

Da ciò gli scienziati hanno dedotto che quando siamo padroni delle nostre azioni, e le determiniamo, spostiamo la causa più in là nel tempo, portandola ad avvicinarsi all’effetto, determinando di fatto una contrazione del tempo tra due eventi. Da cui nasce una specificazione del fenomeno che prende il nome di intentional binding (associazione intenzionale).

L’associazione intenzionale è importante anche perché viene presa in considerazione per valutare quanto un soggetto si sente responsabile in riferimento ad un’azione. Molto interessante a questo proposito è l’esperimento di Milgram. È stato chiesto ad alcuni soggetti di somministrare una falsa scossa elettrica ad altri individui per misurarne la disponibilità ad obbedire ad un comando. Ebbene, la percezione dell’effetto dello shock rispetto all’invio dell’impulso è risultato dilatato nel tempo, segno che i soggetti non si sentivano responsabili dello shock causato.

Cosa ne pensate?

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Di aletave

Dottore in Scienze Naturali, copywriter e blogger.

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